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“Disegni smisurati del ‘900 italiano”. L'eccellenza del disegno degli artisti del '900

Laura Gigliotti

Foto: 1903 - Adolfo De Carolis, disegno preparatorio "Primavera"; tecnica mista su carta applicata su tavoletta, 145 x 167 cm

Sudio per la Primavera

, 1903

Tecnica mista su carta applicata su tavoletta, 145 x 167 cm

Due mostre in una nel Casino dei Principi di Villa Torlonia . La mostra “Disegni smisurati del ‘900 italiano” comprende infatti, accanto a un nucleo di cartoni relativi a opere diverse di grandi maestri italiani, da Bargellini a Cambellotti a Sironi, cui si accompagna una serie di autoritratti, anche i cartoni colorati a pastello di Pietro Gaudenzi (1880 - 1955) che illustrano insieme a bozzetti e foto d’epoca l’intero ciclo di affreschi di due sale del Castello dei Cavalieri di Rodi dipinto dall’artista nell’estate del 1938 (fino al 6 maggio ’18, cataloghi Galleria del Laocoonte e De Luca Editori d’Arte).

La storia del Castello dei Cavalieri di Rodi è da romanzo, così come quella della decorazione eseguita nel ’38 da Pietro Gaudenzi, un artista di cui non è facile vedere le opere. I cartoni, che si riferiscono a una decorazione completamente perduta (forse a causa della pietra arenaria con un contenuto salino altissimo), si sono salvati grazie agli eredi di Cesare Maria De Vecchi, il quadrunviro ultimo governatore civile di Rodi che commissionò l’impresa e di cui è in mostra un grande ritratto a olio.

Il progetto delle pitture è legato al nome di De Vecchi che diventato governatore di Rodi, sede del Governatorato italiano del Dodecanneso dal ’12 al ’43, provvide alla ricostruzione in tre anni del Castello costruito dall’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni, andato distrutto per lo scoppio di una polveriera e affidò a Gaudenzi la decorazione. Fra i cartoni in mostra realizzati dall’artista ad Anticoli Corrado, esposti per la prima volta in uno spazio pubblico a Roma, gli studi e le figure femminili per la “Sala della famiglia” e per la “Sala del pane” ispirati ai modelli contadini Anticoli e un bozzetto a olio, ciò che resta di un grande quadro “Sposalizio”, che rappresenta un banchetto di nozze umile e severo in cui si mescolano sacro e profano.

La mostra, promossa dalla Sovrintendenza Capitolina, con i servizi museali di Zètema, è stata curata da Marco Fabio Apolloni e Monica Cardarelli che dirige la Galleria Laocoonte di Roma cui si deve il recupero sul mercato antiquario e presso gli eredi dei cartoni degli autori, quasi a costituire una sorta di pinacoteca molto speciale di disegni di grandissima dimensione, prova dell’eccellente livello raggiunto dagli artisti del ‘900 nell’esercizio del disegno.

Una trentina le opere in mostra che si susseguono lungo le sale del primo e del secondo piano, offrendo al visitatore un’esemplificazione di quanto stava accadendo in Italia nel mondo dell’arte dagli anni dieci agli anni cinquanta. Quasi una rassegna delle grandi opere decorative della prima metà del secolo attraverso i cartoni, ovvero i disegni a grandezza naturale, necessari alla fedele realizzazione dell’opera, un quadro, un affresco, una vetrata, un mosaico, un arazzo, da parte dell’artista o delle maestranze specializzate incaricate di portarla a compimento.

Quando si pensa ai cartoni vengono in mente quelli di Raffaello per gli arazzi della Cappella Sistina, commissionati da papa Leone X e finiti in Inghilterra, o quelli per gli arazzi Barberini. Ma l’uso dei cartoni non si limita al passato. Nel ‘900 quando si grida “muri ai pittori” (il Manifesto della pittura murale firmato da Sironi, Carrà, Funi e Campigli è del ’33), durante la grande stagione di pittura murale e decorazione dagli anni ’30 agli anni ‘50”, tornano in auge le tradizioni e le tecniche di decorazione antica quindi i cartoni per le grandi imprese decorative. Gli affreschi murali, i mosaici, le vetrate che caratterizza l’arte fra le due guere, richiedono grande perizia tecnica e un nuovo primato del diseno. Non bastano gli studi, gli schizzi, i bozzetti, i modelli, ci vogliono i cartoni grandi quanto l’opera. In essi l’artista mostra come è giunto alla creazione. Ed eccoli in mostra. Sono quelli che Paola Pallottino in catalogo chiama materiali figurativi di “soglia”, come i modelli in gesso, gli schizzi i disegni. Con in più il fatto che rappresentano la volontà ultima del pittore. Dopo il cartone è difficile che abbia dei ripensamenti in corso d’opera. Correzioni e cancellature sono già nel cartone. Che è un documento autografo che il tempo consuma e per questo ancora più prezioso.

Ed eccoli squadernati lungo le pareti delle sale. Sono veramente imponenti, raggiungono il soffitto. Accanto documenti e disegni di minore dimensione esposti nelle bacheche per offrire al visitatore anche notizie sull’inquadramento storico. Si va dallo “Studio per la Primavera” di Adolfo De Carolis, artista poliedrico che recupera tecniche antiche come la xilografia, il disegno preparatorio del dipinto realizzato a Firenze ed esposto alla Biennale di Venezia del 1903 nella Sala Toscana, in cui l’artista ritrae il volto della sua modella preferita, poi sua moglie, Lina Ciucci, a Galileo Chini, dalla sensibilità simboliste e   squisita eleganza di cui è in mostra uno dei pannelli eseguiti per il salone centrale (Sala Mestrovich) della Biennale di Venezia del ’14, intitolato “La Primavera che perennemente si rinnova”.

Del quasi dimenticato Piero Bargellini, frescante instancabile di terme, banche e ministeri, incaricato della decorazione dello scalone del Palazzo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, sede centrale dell’INA, tra via Sallustiana e via San Basilio (oggi acquisito dall’Ambasciata degli Stati Uniti), due cartoni per la composizione allegorica ad affresco rappresentante “La probità” che raffigura un corteo allegorico aperto da una giovane che reca dei fiori arricchita da un’iscrizione latina. Il palazzo progettato dall’architetto Ugo Giovannozzi, realizzato fra il ’23 e il ’27, venne inaugurato dallo stesso Mussolini.

Molto diversi fra loro i tre cartoni di Duilio Cambellotti. Sono del ’48 i due bozzetti per il manifesto del film “Fabiola”, uno degli ultimi lavori dell’artista che ha avuto una lunga e proficua frequentazione col mondo dello spettacolo, il Teatro Greco di Siracusa, il cinema, come scenografo, costumista, cartellonista. Si pensi al kolossal degli anni Venti “Gli ultimi giorni di Pompei”. Risale al ’31 lo studio di vetrata per il rosone absidale della Cattedrale di Teramo che venne realizzato nel laboratorio romano di Cesare Picchiarini che rinnovò con Cambellotti, Bottazzi e Grassi l’arte delle vetrate legate a piombo di cui la Casina delle Civette è uno splendido esemplare.

Meno noto, ma molto prolifico il calabrese Achille Capizzano di cui sono in mostra i cartoni realizzati per la decorazione della Sala di Dante alla Mostra del libro tedesco ai Mercati di Traiano del ’39, ispirati alle antiche xilografie che rappresentano il decimo canto del “Paradiso” e il primo del “Purgatorio”

Unico ma potente il cartone con la monumentale figura femminile a matita e carboncino su cartone realizzato nel ’35 per la mostra “Sironi. Il lavoro e l’arte”. Forse tagliato da un cartone più grande, raffigurerebbe una teoria di figure guerriere.

Esposti i due cartoni “Vulcano” e “Cerere” del ’40 di Ferruccio Ferrazzi, l’artista che scava nell’arte antica per carpirne i segreti tecnici. Provengono dalla collezione di Vittorio Ballio Morpurgo e fanno parte degli studi per il grandissimo mosaico (eseguito nello Studio del Mosaico Vaticano ) “Il mito di Roma” del prospetto frontale del palazzo dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale di piazza Augusto Imperatore. Lo spazio che venne radicalmente trasformato per “isolare”, secondo gli intendimenti del regime, la tomba del primo imperatore romano.

Il genio di Gino Severini si esprime in “Madonna con bambino”, matita su carta da spolvero del ’33, relativa a un grande affresco per il coro della Basilica di Notre-Dame du Valentin di Losanna, che rappresenta “la summa delle esperienze dell’artista”, come scrive Fabio Benzi.

E ancora del ferrarese Achille Funi “formidabile frescante” alcuni cartoni per la Chiesa di San Giorgio in Palazzo a Milano, per la Chiesa di San Francesco a Tripoli, per la Sala Consiliare del Municipio di Bergamo e un cartone preparatorio con una scena dell’Eneide per gli affreschi andati distrutti della IV Triennale di arti decorative e industriali tenutasi alla Villa Reale di Monza nel ’30.

I quattro disegni con panoplie si riferiscono al ciclo decorativo progettato nel ‘37 da Publio Morbiducci, l’autore del monumento al Bersagliere di Porta Pia, per il Palazzo del Governo di Forlì, mentre di Ottone Rosi è in mostra un carboncino su carta applicata su tela del ’50 che rappresenta un “Giovinetto crocifisso”, sospeso quasi a grandezza naturale su un grande foglio, un uomo comune, “un uomo vestito come noi” che emoziona e coinvolge.

Musei di Villa Torlonia, Casina dei Principi, Via Nomentana 70 Roma. Orario: da martedì a domenica 9.00 – 19.00. Fino al 6 maggio ’18. Informazioni tel. 060608 e www.museivillatorlonia.it