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mercoledì 22 febbraio 2012
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Riportiamo l’avvicendarsi delle dichiarazioni apparse sui quotidiani, in questi giorni, riguardo l’attribuizione o meno del crocifisso a Michelangelo

Crocifisso ligneo: cerchiamo di fare il punto

Raffaella Ansuini
In questi giorni si susseguono notizie, dichiarazioni e interviste, riguardo la vicenda del crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo, vicenda al vaglio della Corte dei Conti che ipotizza il danno erariale con richiesta di risarcimento.
Oltre Roberto Cecchi, all’epoca dell’acquisto direttore generale per i Beni Storico Artistici del MiBAC, la contestazione riguarda Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale di Firenze e altri quattro tecnici. Cerchiamo di fare il punto della situazione riportando i pareri a sfavore dell’attribuzione e quelli “pro”.
Francesco Caglioti, docente di Storia dell'Arte Moderna all'Università Federico II di Napoli, fra i massimi esperti di Michelangelo, nei giorni scorsi ha dichiarato ad «AdnKronos» che il proprio giudizio in merito alla faccenda è fortemente negativo, così come negativo è quello di Paola Barocchi, storico dell’arte e professore emerito nella Scuola Normale Superiore di Pisa. “Michelangelo non lavora in quella maniera. Il modellato del Crocifisso non corrisponde, sono sicura che non è. Ho sempre espresso un parere contrario e rimango fedele a quello che ho detto".
Lo storico Tomaso Montanari, sulle pagine de «Il Fatto Quotidiano», analizzando punto per punto come si è svolta la vicenda a oggi e le conseguenze, scrive che “il Cristo è una scultura realizzata all’inizio del Cinquecento nella Firenze di Michelangelo. Ma non ha nulla a che fare con lui: non ha né lo stile né la somma qualità dell’opera di Buonarroti. È invece stata prodotta in una prolifica bottega di artigiani del legno, e conosciamo a tutt’oggi una ventina di pezzi usciti dalla stessa bottega, alcuni proprio della stessa mano. Una delle imperdonabili colpe del MiBAC è stata proprio quella di non riunire in una mostra tutti questi pezzi, permettendo a tutti di farsi un giudizio”.
I giudizi “pro” attribuzione a Michelangelo sono quelli di coloro che in questa vicenda ebbero parte attiva, come ad esempio quello di Cristina Acidini, soprintendente del Polo museale fiorentino, che al «Corriere Fiorentino» ha dichiarato: ''Per quanto riguarda il merito della questione, mi difenderò non appena avrò visto tutte le carte, ma posso confermare che non ho dubbi sulla scelta di allora, cioè quella di acquistare il crocifisso. Le considerazioni sulle ragioni della scelta le porterò agli organi giudicanti''.
Roberto Cecchi, in un’intervista al «Corriere della Sera», nel ricostruire la vicenda, sottolinea come, negli anni fra il 2004 e il 2006 si siano susseguite molte attribuzioni a Michelangelo. Quelle di: Umberto Baldini, Giorgio Bonsanti, Arturo Carlo Quintavalle, Timothy Verdon, Luciano Bellosi. “Le uniche voci contrarie ha affermato - sono quelle di James Beck e di Margrit Lisner che lo attribuisce al Sansovino”. “L’opinione negativa espressa da Mina Gregori” – continua Cecchi – non risulta prima dell’acquisto, sono venuta a saperlo dopo…”.

Attendiamo gli aggiornamenti in merito alla spiacevole vicenda, ma mi piace chiudere con la frase di Montanari su «Il Fatto Quotidiano»: “La storia del finto Michelangelo insegna che l’amore per l’arte può essere distorto e strumentalizzato fino a diventare un potente vettore di diseducazione, imbarbarimento e mistificazione. Se vogliamo che Michelangelo non serva solo agli interessi di un pugno di cinici registi del pubblico intrattenimento, ma torni ad essere necessario alla vita interiore di ciascuno di noi, dobbiamo ricominciare a raccontare la storia dell’arte. Quella vera”.


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