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venerdì 15 giugno 2012
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Dall'architettura alla gastronomia

Itinerario Bizantino in Calabria


Giulia Vicerè
La presenza bizantina in Calabria, attestata sin dal VII secolo al mondo religioso, trova una realtà variegata, influenzata da culture diverse. L'ondata orientalizzante che investì la regione ha aperto un nuovo ciclo nella sua architettura, anche se di questa realtà molto è andato perduto in conseguenza di interventi sui contesti urbani e soprattutto a causa dell'abbandono e del degrado subiti nel tempo. La storiografia artistica sulla Calabria medievale consente comunque l'interpretazione dell'esistente, pur nella consapevolezza dei problemi interpretativi legati alla civiltà bizantina dell'Italia meridionale.
La presenza bizantina sul territorio, dalle forme rupestri all'affermazione delle diverse tipologie architettoniche, investe tutta la regione, laddove l'architettura sacra più semplice, già esistente, comunica il segno di contatti con più aree di cultura cristiano-orientale. A parte l'esempio di Gerace (Chiesa della Nunziatella e Chiesa di S. Giovannello), esiste un gruppo di piccoli edifici simili con tracce di affreschi bizantini all'interno: S. Maria di Mèrcuri presso Orsomarso, la Chiesetta dello Spedale a Scalea, resti della “Madonna di Moranello,”dell'Oratorio di S. Leone presso Morano, di una Cappella a Cirella Vecchia e a Canale presso Pietrafitta.
Tra le massime testimonianze del periodo bizantino della Calabria, addossato alla Cattedrale di Santa Severina si trova il piccolo battistero bizantino del X secolo d.C. A pianta centrale, l'edificio richiamò già nell'Ottocento l'attenzione degli studiosi per la sua particolarità. Impostata su un precedente impianto a croce greca, la costruzione presenta un corpo centrale cilindrico, sovrastato da un tamburo ottagonale minore con lanterna cieca rientrante, un braccio chiuso a sud ovest e un altro più corto a sud-est; quest'ultimo immetteva nella Cattedrale, a cui il Battistero era unito dalla sacrestia nuova. Avanzi di affreschi bizantini risalenti tra il X e il XII secolo, purtroppo poco visibili, si scorgono sulla parete sinistra del braccio di nord-est, mentre l'affresco sulla parete sinistra del braccio di nord-ovest dovrebbe raffigurare San Gerolamo e datarsi al XV secolo. La piccola Chiesa di San Giovanni Crisostomo, meglio conosciuta come Chiesa di San Giovannello, è un piccolo edificio costruito nel grazioso borgo medievale di Gerace nell'XI secolo, che mantiene ancora oggi la funzione di chiesa con rito greco-ortodosso. L'edificio, dalle dimensioni contenute, appartiene a una serie di monumenti medievali che, per le dimensioni ridotte e la semplicità del linguaggio espressivo, possono essere considerati gli epigoni delle costruzioni bizantine più evolute.
Tra i capolavori bizantini anche la Chiesa di S. Adriano, ricostruita dopo il 980 da S. Vitale di Castronuovo e ascrivibile ad epoca normanna, presenta una struttura architettonica romanica, costituita da numerosi affreschi bizantini che arricchiscono gli intradossi degli archi e le pareti soprastanti.
Infine merita di essere ammirata anche la Chiesa di Santa Ruba, in stile bizantino, che sorge sulla via che va da S. Gregorio d'Ippona a Vibo Valentia "in una spianata tra il verde degli ulivi". Interessante edificio, caratterizzato da una cupola centrale ad ombrello poggiata su un tamburo cilindrico, è ornata da eleganti merlature di laterizi, databile alla prima metà del XII secolo e attesta la persistenza di tipologie architettoniche bizantine: S.Giovanni Vecchio detto “Stilo” e S. Maria dei Tridetti.

Si deve ai bizantini anche l'utilizzo in gastronomia della carne di capra e la valorizzazione del pesce salato, con l'odierno pesce stocco. Anche l'uso di cucinare il soffritto (interiora degli animali con abbondanti aromi) potrebbe essere derivato da antiche usanze propiziatorie bizantine.
Le specialità della cucina calabrese sono rappresentate innanzitutto dai primi, protagonisti indiscussi della tavola. "Lagane”, “strangugiaprieviti” (gnocchetti farina e uova preparati per il martedì grasso), “cappelli del prete” (ravioli ripieni dalla forma del tricorno), “cannarozzi” (maccheroncini corti rigati), “schiaffettoni” (grossi maccheroni ripieni di ragù), per finire con le innumerevoli varietà di pasta col ferretto (ricci di donna, maccarruni ‘i casa, fusilli ecc.). Preparata soprattutto con acqua e farina di grano duro (meno presente l’uovo), la pasta è caratterizzata da una consistenza soda, che la rende adatta all’abbinamento con i corposi sughi della cucina locale: dal ragù di carne (capra e maiale) a quello di verdure, dai formaggi (ricotta, scamorza e pecorino) alle uova sode.
In questa regione i secondi piatti sono dominati dal maiale che fino a pochi anni fa, una volta ucciso, veniva celebrato del capofamiglia, assistito da amici e parenti. Nella regione del peperoncino il portabandiera di questa tipologia di salumi è la 'Nduja di Spilinga, un salame piccantissimo, morbido e facilmente spalmabile, prodotto prevalentemente nella zona di Vibo Valenzia, reperibile in tutta la regione nelle diverse varianti. Numerosi anche i pani biscottati, (adoperati fra l’altro nella “caponata”), e le pizze ripiene farcite di salumi o formaggi, tra cui il filone, il bucellato, la Fresa, la cuddura e il pane di castagne.
La Calabria è famosa anche per le colture della liquirizia, del cedro e del bergamotto (vanto esclusivo dell’area), con fichi, mandorle, uva passa, che assieme a castagne, miele, noci e nocciole formano il repertorio dei frutti dell'area. Un approfondimento a parte merita la liquirizia. Prodotta a Rossano e apprezzata tanto per le sue proprietà salutari, come antispasmodico, l’Italia, grazie all’apporto quasi esclusivo della Calabria, è fra i primi produttori mondiali di liquirizia di alta qualità.


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