È online il n. 8 del trimestrale "Territori della Cultura" da cui è tratto l'articolo qui di seguito a firma del prof. Pietro Graziani, direttore responsabile della rivista.
Da tempo si dibatte, non solo in Italia, sui tagli alla cultura, sugli effetti sulla società e sulla non più sostenibile politica di sostegno pubblico, sia alla valorizzazione dei beni culturali che alle attività culturali, teatro di prosa, lirica, balletto, musica. In un recente libro quattro autori tedeschi, D. Haselbach (direttore a Bonn del “Centro di ricerca sulla cultura”), S. Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), A. Klein (professore di management a Ludwigsburg) e P. Knùsel (direttore della Fondazione pro-Helvetia), hanno dato alle stampe un saggio-ricognizione sui mali culturali, tema sul quale dovremmo tutti riflettere per guardare al futuro con rinnovata e convinta riflessione. Nei momenti di crisi economica, che poi è crisi di sistema, riesce difficile se non impossibile, pensare alla cultura come un qualcosa assistito dalla mano pubblica, pur nella convinzione che non può esserci sviluppo senza cultura. Il titolo, tradotto in italiano è piuttosto forte, l’infarto della cultura. L’analisi è tutta tedesca, vengono esaminati 6000 musei, 140 teatri, 8000 biblioteche, tuttavia la ricerca si attaglia anche al sistema beni e attività culturali in Italia dove, ad un numero altrettanto rilevante di strutture, si aggiungono centinaia di siti archeologici e di depositi improduttivi sia dal punto di vista economico che culturale (l’accesso è pressoché impossibile). La domanda che si pongono i nostri autori è molto semplice ed è anche da tempo presente nel panorama del nostro Paese e non solo: è ancora possibile una politica di puro sostegno alla cultura? o è forse più saggio pensare di abbandonare una politica di “assistenza”, di “sovvenzioni”, e passare ad “affamare la bestia”, come venne alcuni anni orsono proposto da Luigi Covatta in sede di “Ravello Lab”? Tagliare in modo indistinto la spesa per la cultura, come si dice in modo lineare, è cosa miope, così come è altrettanto miope rincorrere le pressioni e le lobby che spingono per ottenere risorse. Occorre, ci raccontano i ricercatori tedeschi, per evitare l’infarto, compiere scelte severe eliminando le istituzioni che hanno scarsa o limitata capacità di autofinanziamento, secondo la logica della attività a produttività crescente e quella della attività a produttività stagnante. Accorpare istituzioni, ad esempio musei e altre strutture pubbliche (Archivi, Biblioteche), investendo nell’azionariato diffuso e nel ruolo dei privati, puntando sulla qualità utilizzando le scarse risorse in formazione, per creare un popolo consapevole dell’immenso patrimonio di cui siamo depositari, e nella tutela del patrimonio culturale, (art. 9 della Costituzione laddove si recita che la Repubblica tutela - appunto - il patrimonio storico- artistico della Nazione), lasciando la gestione e la valorizzazione, attraverso forme concrete di ampie agevolazioni fiscali, ai privati, siano essi impresa che singoli cittadini, nella logica, in questo caso, della sussidiarietà dal basso, cittadini che si fanno carico di partecipare della valorizzazione dei beni, secondo il modello costituzionalmente garantito dalla Carta del 1948, riappropriandosi di beni che per loro natura non possono che essere considerati beni comuni, nel senso di appartenenza alla intera collettività. Occorre anche sottolineare, ancora una volta, come gli ultimi eventi sismici del maggio scorso, che hanno interessato vaste aree della pianura Padana, a soli tre anni dai tragici eventi dell’area Aquilana (oltre alla Città dell’Aquila, altri 50 Comuni hanno subito danni a seguito del terremoto del 2009), ci inducono a ritenere, ancora una volta, come ogni politica culturale passi anche attraverso la manutenzione ordinaria dei beni culturali presenti nel territorio, politica che potrebbe innescare meccanismi virtuosi e incentivi concreti per favorire una crescita economico- sociale che certamente costerebbe meno degli interventi emergenziali. Non credo vi siano altre alternative.
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