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venerdì 28 maggio 2010
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La narrazione

Intervista a Emma Nardi

Raffaella Ansuini

Emma Nardi è professore ordinario di Pedagogia Sperimentale Università degli Studi Roma Tre, responsabile del Centro di Didattica Museale - Università degli Studi Roma Tre.

 

Qual è la funzione sociale della narrazione?
“Innumerevoli sono i racconti del mondo”. È con questa constatazione di senso comune che il semiologo francese Roland Barthes inizia un suo celebre scritto sull’analisi strutturale del racconto¹. La storia individuale e collettiva dell’uomo è effettivamente intessuta di racconti. “Racconta che cosa hai fatto a scuola” è la frase con cui tutti i genitori accolgono i figli rientrati a casa dalle lezioni. “Racconta come è andata” si chiede all’amico appena tornato da un viaggio interessante. I grandi poemi dell’antichità sono nati probabilmente dallo stratificarsi e dal continuo arricchirsi dei racconti individuali e collettivi. Ma non solo attraverso le parole gli uomini narrano le proprie storie. Il portale della cattedrale di Orvieto presenta attraverso le immagini la storia della Genesi e dei destini della cristianità ed è grazie ad un ciclo di affreschi che Piero della Francesca racconta la storia della vera croce. Viaggiando nel tempo e nello spazio si potrebbero ancora citare gli affreschi rupestri che nel neolitico descrivevano l’ansia della caccia, che nasce non solo dalla necessità della sopravvivenza ma anche dal coraggio e dalla sfida; o l’esercito di terracotta di Xi’an, epopea del primo imperatore della Cina unificata e testimonianza della sua volontà di respingere gli invasori del Nord. La funzione sociale della narrazione umana è dunque quasi genetica (non credo che gli animali raccontino) e risponde a scopi diversi: tramandare (la storia come disciplina), interpretare (si pensi ai miti dell’antichità), intrattenere (ad esempio la fiaba).

 

Il contesto nel quale la narrazione si origina e sviluppa, in che modo influenza la creazione di un racconto?
Prima di rispondere a questa domanda, vorrei brevemente ricordare la distinzione aristotelica tra storia rappresentata (genere mimetico) e storia narrata (genere diegetico). I due generi sono accomunati dalla presenza di una storia che, nella diegesi, passa attraverso il filtro del narratore. È compito dunque del narratore di costruire la storia perché corrisponda nel modo migliore alle esigenze e aspettative dei destinatari. Il contesto, come in qualsiasi forma di comunicazione, influenza necessariamente il contenuto della storia, ma anche il registro verbale con cui essa viene comunicata. L’aspetto affascinante del racconto è che il narratore dispone di una libertà infinita ma, al tempo stesso, deve rispettare regole precise, se vuole che la struttura del suo racconto sia comprensibile. Grice parlava in proposito di “regole conversazionali”. È facile intuire come questi brevi cenni diventino di centrale importanza quando la narrazione riguarda la mediazione culturale in ambito museale. Attraverso il convegno cercheremo di capire se è possibile stabilire le regole conversazionali della mediazione culturale nei musei.

 

Esistono programmi precisi volti all’utilizzo della narrazione come strumento di insegnamento?
I racconti sono molto usati a tutti i livelli scolastici, ma senza che ci siano approfondimenti teorici su come organizzare la trasmissione delle storie. Inoltre, secondo me, sarebbe estremamente importante, soprattutto a livello di scuola elementare, che gli insegnanti si impadronissero delle regole fondamentali della mimesi, come le illustrerà Gilberto Scaramuzzo. Una lettura espressiva facilita la comprensione del testo, scandendo le parti che lo compongono attraverso l’attenzione alla punteggiatura e colorando espressivamente i passaggi fondamentali. Se si pensa che per i bambini che provengono da un ambiente svantaggiato la voce dell’insegnante è il primo approccio al testo, è facile capire l’importanza fondamentale della scelta dei racconti e della espressività della lettura. Occorre anche ricordare che, nel settore dell’educazione degli adulti, la tecnica delle storie di vita è diventata di fondamentale importanza perché i soggetti acquistino consapevolezza di sé attraverso il racconto.

 

L’uso del racconto nelle scuole può considerarsi uno dei mezzi primari di integrazione fra culture diverse?
Io penso che i romanzieri siano i più grandi sociologi del mondo. Con Palazzo Yacoubian Ala-Al-Aswani fornisce un quadro spietato ma accattivante della società egiziano contemporanea e Aravind Adiga, nella Tigre bianca, raggiunge lo stesso risultato per ciò che riguarda l’India. Tuttavia non bisogna dimenticare che le culture sono fenomeni complessi che non si possono certo padroneggiare solo attraverso la lettura di un bel romanzo.
Quando ero bambina, mio padre mi regalò un’opera in molti grossi volumi intitolata Enciclopedia della fiaba. Ricordo che ero affascinata dalla diversità che notavo tra le fiabe europee e quelle cinesi o africane. Al tempo stesso, però, intuivo che esisteva tra tutti quei testi eterogenei una trasversalità che non sapevo certamente definire e che ho capito, molto tempo più tardi, grazie all’interpretazione psicanalitica delle fiabe di Bruno Bettelheim.
Credo che, una volta di più, il lavoro di integrazione tra culture diverse debba cominciare nell’infanzia, quando il fanciullino pascoliano che è in noi può guardare la realtà con occhi ancora scevri dal pregiudizio.

 

¹R. Barthes, “Introduzione all’analisi strutturale dei racconti”, in R. Barthes, A. Greimas et alii, L’analisi del racconto. Le strutture della narratività nella prospettiva semiologica che riprende le classiche ricerche di Propp, Milano, Bompiani, 1969.



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